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teologia


Diario


3 aprile 2012

La croce e la stella

Cimitero ebraico 3

Portavo la croce di Cristo
sopra un cuore arido
e forse carico di odio
e non avevo scelta perché
le mie erano preghiere ingrate
e il sangue pretendeva la Stella
e così sostituì la croce di Cristo
con la stella di re Davide,
e ricordai di esser figlio d’Israele
e neppure queste labbra adesso
riescono a recitare un kaddish
all’ Eterno, ma adesso so
che Tu sei accanto a me, indegno
di tanto amore.
Debbo ricordarmi che il mio sangue urla
dai deserti del passato
sino al mio presente,
e quelle urla le ho udite fra
le lapidi antiche
passeggiando nel Cimitero di Praga!




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3 aprile 2012

Adrienne Rich – Notte bianca

Adrienne Rich (1929-2012)

Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.

Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa

sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue

ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
Dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte, possiamo
dormire.

(Adrienne Rich, Notte bianca – 1974)

Vedere GLIOCCHIDIBLIMUNDA

in Adrienne Rich, Cartografie del silenzio, a cura di Maria Luisa Vezzali, introd. di Massimo Bacigalupo, Crocetti 2000"




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3 aprile 2012

Scritti blog 2004-2009


Autonomia

La libertà di essere e agire

Premessa


Le sfide sono le migliori amiche della speculazione.

Al tempo delle grandi scuole monastiche le sfide erano il modo con cui i dottori si scambiavano opinioni e maturavano nuove convinzioni.

Questo studio è il tentativo di dare una pista biblica al tema teologico della libertà e dell’arbitrio.

La libertà: pista biblica


Nelle nostre Bibbie la parola libertà compare varie volte:

Genesi 49:21 Neftali è una cerva messa in libertà;

egli dice delle belle parole

Isaia 61:1 Lo spirito del Signore, di DIO, è su di me,

perché il SIGNORE mi ha unto per recare una buona notizia agli umili;

mi ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore spezzato,

per proclamare la libertà a quelli che sono schiavi,

l'apertura del carcere ai prigionieri,

Geremia 34:9 per la quale ognuno doveva rimandare in libertà il suo schiavo e la sua schiava, ebreo ed ebrea, e nessuno doveva tener più in schiavitù alcun suo fratello giudeo.

Geremia 34:10 Tutti i capi e tutto il popolo che erano entrati nel patto di rimandare in libertà ciascuno il proprio servo e la propria serva e di non tenerli più in schiavitù ubbidirono, e li rimandarono;

Geremia 34:16 ma siete tornati indietro, e avete profanato il mio nome; ciascuno di voi ha fatto ritornare il suo schiavo e la sua schiava che avevate rimandato in libertà a loro piacere, e li avete assoggettati a essere vostri schiavi e schiave.

Luca 4:18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me;

perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri;

mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri,

e ai ciechi il ricupero della vista;

a rimettere in libertà gli oppressi,

Atti 4:23 Rimessi quindi in libertà, vennero ai loro, e riferirono tutte le cose che i capi dei sacerdoti e gli anziani avevano dette.

Atti 16:36 Il carceriere riferì a Paolo queste parole, dicendo: «I pretori hanno mandato a dire che siate rimessi in libertà; or dunque uscite, e andate in pace».

Atti 24:23 E ordinò al centurione che Paolo fosse custodito, permettendogli però una certa libertà, e senza vietare ad alcuno dei suoi di rendergli dei servizi.

Romani 8:21 nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio.

1Corinzi 10:29 alla coscienza, dico, non tua, ma di quell'altro; infatti, perché sarebbe giudicata la mia libertà dalla coscienza altrui?

2Corinzi 3:17 Ora, il Signore è lo Spirito; e dove c'è lo Spirito del Signore, lì c'è libertà.

Galati 2:4 Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l'intenzione di renderci schiavi,

Galati 5:13 Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà un'occasione per vivere secondo la carne, ma per mezzo dell'amore servite gli uni agli altri;

Efesini 3:12 nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui.

Filemone 8 Perciò, pur avendo molta libertà in Cristo di comandarti quello che conviene fare,

Ebrei 10:19 Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù,

Ebrei 13:23 Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà; con lui, se viene presto, verrò a vedervi.

Giacomo 1:25 Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.

Giacomo 2:12 Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà.

1Pietro 2:16 Fate questo come uomini liberi, che non si servono della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio.

2Pietro 2:19 promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, perché uno è schiavo di ciò che lo ha vinto.

Come si evince il NT riportà il termine libertà più volte. In ebraico è il termine cherùt che significa libertà, mentre il greco heleutheria esprime il concetto di libertà relativa, e invece hautonomos è colui che gode della libertà.

La Bibbia quale primo evento di liberazione annuncia la pasqua del popolo ebraico verso la propria indipendenza dall’Egitto.

È errato dire che la libertà per cui Dante pone in purgatorio lo spirito magno di Catone sia una categoria biblica: è vero che la libertà biblica è libertà religiosa di Israele dal paganesimo e allo stesso tempo protezione del rigoroso monoteismo.

Il NT è stato più volte detto esprime la libertà dell’uomo dal male, dal peccato e dalla morte. Ma cosa dice il NT dell’ Autonomia dell’uomo da Dio? L’Eterno nel NT in che misura si pone con l’uomo?

Il NT dà dell’Eterno la formulazione più precisa di Padre, categoria questa (o proposizione enunciativa di Dio stesso e del suo nome) che non è estranea all’AT. Il Dio di Gesù prima di essere un Dio trino è un Dio duale, la cui esclusività è l’intimità del Padre col Figlio. La Ruah di Dio, lo Spirito santo, è la parte orizzontale di Dio se possiamo usare una categoria geometrica, in cui per orizzonte s’intende la estensione del rapporto fra Padre e Figlio con l’intera stirpe umana.

Paolo di Tarso alla libertà contrappone la schiavitù e la corruzione dei costumi. Per Paolo la fede in Cristo è garanzia di autentica libertà e liberazione dalla carne oltre che dalla morte poiché la resurrezione dopo il Calvario è l’evento autentico di garanzia nella persona di Gesù affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra Fil 2:10.

Il problema

Libero arbitrio è il concetto filosofico e teologico secondo il quale ogni persona è libera di fare le sue scelte; ciò si contrappone alle varie concezioni deterministiche secondo le quali la realtà è in qualche modo predeterminata, per cui in realtà gli individui non compiono scelte, in quanto ogni loro azione è predeterminata prima della loro nascita (predestinazione o servo arbitrio).

Il concetto di libero arbitrio è molto dibattuto nell'ambito religioso in relazione alla onniscienza attribuita alla divinità nelle religioni monoteistiche. Esso è alla base della religione cattolica mentre risulta uno dei punti di contrasto con la religione luterana per la quale l'uomo non può in alcun modo agire per liberare la propria anima, mentre il cattolicesimo considerava fondamentale le opere quanto le preghiere.

Alla stessa idea del luteranesimo aderiva anche il Calvinismo per il quale l'uomo era predestinato e per questo a niente servivano le proprie opere e le proprie azioni.

La grande dispusta se l’uomo ha o meno un destino pre-ordinato nasce con Lutero. Prima il problema era posto in altri termini più specificamente dogmatici e contro l’eresia, di Agostino contro i valentiniani. Così scrive Agostino:

2. 2. D'altra parte per mezzo delle Scritture sue sante ci ha rivelato che c'è nell'uomo il libero arbitrio della volontà. In qual maniera poi lo abbia rivelato, ve lo ricordo non con le mie parole umane, ma con quelle divine. In primo luogo gli stessi precetti divini non gioverebbero all'uomo, se egli non avesse il libero arbitrio della propria volontà per mezzo del quale adempie questi precetti e giunge quindi ai premi promessi. Infatti essi sono stati dati per questo, perché l'uomo non potesse addurre la giustificazione dell'ignoranza, come il Signore dice nel Vangelo riguardo ai Giudei: Se io non fossi venuto e non avessi parlato a loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno giustificazioni per il peccato 2. Di quale peccato parla, se non di quello grande che Egli, pronunciando queste parole, già prevedeva in loro, cioè quello della sua uccisione? E infatti non erano certo privi di ogni peccato prima che Cristo venisse presso di essi fatto carne. E' così che dice l'Apostolo: Si discopre l'ira di Dio dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di quegli uomini che imprigionano la verità nella scelleratezza, perché ciò che di Dio è noto, è loro svelato; infatti Dio lo manifestò ad essi. Le sue perfezioni invisibili, a partire dalla creazione del mondo, per mezzo delle opere che sono state compiute, si scorgono attraverso l'intelletto; ed anche la sua sempiterna potenza e divinità, così che sono inescusabili 3. In quale senso può dire inescusabili, se non riferendosi a quella scusa che l'umana superbia ha l'abitudine di addurre: "Se avessi saputo, lo avrei fatto; non l'ho fatto appunto perché non lo sapevo"? Oppure: "Se sapessi, lo farei; non lo faccio appunto perché non so"? Ma questa scusa viene loro sottratta, quando si formula un precetto o quando s'impartiscono le cognizioni per non peccare[1][1].

E inoltre:

2. 4. E che significa il fatto che Dio ordina in tanti passi di osservare e di compiere tutti i suoi precetti? Come lo può ordinare, se non c'è il libero arbitrio? E quel beato di cui il Salmo dice che la sua volontà fu nella legge del Signore , non chiarisce forse abbastanza che l'uomo perdura di propria volontà nella legge di Dio? E poi sono tanto numerosi i precetti che in un modo o nell'altro fanno riferimento nominale proprio alla volontà, come per esempio: Non voler essere vinto dal male; e altri simili, come: Non vogliate diventare come il cavallo e il mulo, che non possiedono l'intelletto; poi: Non voler respingere i consigli della madre tua; e: Non voler essere saggio di fronte a te stesso; Non voler trascurare la disciplina del Signore 12; Non voler dimenticare la legge 13; Non voler fare a meno di beneficare chi ha bisogno 14; Non voler macchinare cattiverie contro il tuo amico 15; Non voler dar retta alla donna maliziosa 16; Non ha voluto apprendere ad agire bene 17; Non vollero accettare la disciplina 18. Gli innumerevoli passi di questo genere nei Testi antichi della parola divina che cosa dimostrano, se non il libero arbitrio della volontà umana? E anche i nuovi Libri dei Vangeli e degli Apostoli è proprio questo che rendono chiaro, quando dicono: Non vogliate ammucchiarvi tesori sulla terra 19; e: Non vogliate temere coloro che uccidono il corpo 20; Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso 21; Pace in terra agli uomini di buona volontà 22. E anche l'apostolo Paolo dice: Faccia quello che vuole, non pecca se sposa; ma chi ha preso una risoluzione nel suo cuore, non avendo necessità, ma anzi piena padronanza del proprio volere, e questo ha stabilito, di conservare la sua vergine, fa bene 23. Alla stessa maniera dice ancora: Se faccio ciò volontariamente, ne ricevo ricompensa 24; e in un altro passo: Siate sobri giustamente, e non vogliate peccare 25; poi: Come l'animo è pronto a volere, così lo sia anche nell'adempiere 26. E a Timoteo dice: Infatti dopo che hanno vissuto in Cristo fra le delicatezze, vogliono sposarsi 27; e altrove: Ma anche tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù, soffriranno persecuzione 28; e a Timoteo personalmente: Non voler trascurare la grazia che è in te 29; e a Filemone: Affinché il tuo beneficio non provenisse come da una necessità ma dalla tua volontà 30. Ammonisce anche gli stessi schiavi a servire i propri padroni di cuore e con buona volontà 31. Parimenti Giacomo esorta: Non vogliate dunque errare, fratelli miei, e mettere la fede del nostro Signore Gesù Cristo in relazione a riguardi personali 32; e: Non vogliate dir male l'uno dell'altro 33. Allo stesso modo dice Giovanni nella sua epistola: Non vogliate amare il mondo 34; e così tutti gli altri passi di tal genere. Quindi certamente quando si dice: Non volere questo o non volere quello, e quando negli ammonimenti divini a fare o a non fare qualcosa si richiede l'opera della volontà, il libero arbitrio risulta sufficientemente dimostrato. Nessuno dunque, quando pecca, accusi Dio nel suo cuore, ma ciascuno incolpi se stesso; e quando compie un atto secondo Dio, non ne escluda la propria volontà. Quando infatti uno agisce di proprio volere, è allora che bisogna parlare di opera buona ed è allora che per quest'opera buona bisogna sperare la ricompensa da Colui del quale è detto: Renderà a ciascuno secondo le sue opere.

Per Agostino, almeno per l’Agostino apologista contro Valentino, l’arbitrio è incluso nella rivelazione, ma per l’Agostino prossimo alla morte l’arbitrio si scinderà nella cosiddetta teoria della doppia predestinazione, teoria che per mille anni non ebbe consensi venne ripresa fino ai Riformatori.

Per Erasmo, che fu chiamato suo malgrado in causa l’arbitrio era il "potere della volontà umana in virtù del quale l’uomo può sia applicarsi a tutto ciò che lo conduce all’eterna salvezza, sia, al contrario, allontanarsene".

La soluzione

La predestinazione al bene o al male viene accettata nel momento stesso in cui si rinuncia a porre nella libertà dell'uomo la responsabilità di un destino personale.

Gli uomini fanno il "bene" o il "male" non perché lo vogliono -dice Lutero e soprattutto Calvino, ma perché così li ha predestinati Dio, il quale si serve, nella sua imperscrutabile prescienza, del bene o del male per confondere i "reprobi" e rassicurare i "virtuosi".

La predestinazione è stata poi laicamente riassorbita dalla filosofia hegeliana con il concetto di "necessità storica", che ha una valenza ottimistica, vicina alla provvidenza di matrice cattolica.

Col concetto di predestinazione il pentimento è impossibile: chi sbaglia paga per sempre. Il pentimento serve per rendersi conto che non ci sono alternative, e non per poter cambiare vita. Anche se la sentenza di un tribunale condannasse un colpevole a un periodo determinato di carcere, la coscienza morale degli uomini lo condannerebbe in eterno.

Queste sono soluzioni storiche.

Oggi si può dire qualcosa di nuovo? Sì.

A mio parere la teologia dovrebbe smontrare l’arbitrio e formulare una nuova teologia su base biblica.

Già Agostino e anche Tommaso d’Aquino erano consapevoli che passi simili erano di ostacolo a una formulazione della assoluta libertà dell’uomo:

Salmo 69:28 Siano cancellati dal libro della vita

e non siano iscritti fra i giusti.

Filippesi 4:3 Sì, prego pure te, mio fedele collaboratore, vieni in aiuto a queste donne, che hanno lottato per il vangelo insieme a me, a Clemente e agli altri miei collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita.

Apocalisse 20:15 E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.

Ma è il Salmo 139 ad essere più esplicito:

Salmo 139:16 I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo

e nel tuo libro erano tutti scritti

i giorni che mi eran destinati,

quando nessuno d'essi era sorto ancora.

La trattazione sul Samo 139[2][2] è importante poiché dall’ebraismo si colgono spunti per intuire che l’esistenza dell’uomo è presente a Dio sin dall’origine del tempo.

La soluzione fra salvazione e dannazione è stata oggetto di eresia.

Il problema pare dunque irrisolvibile? No.

Secondo la Bibbia Dio ha davanti a sé il tempo di tutte le creature, e sa cosa esse fanno prima che l’azione si compia. Ecco è questo il problema. Se il Calvinismo ha dato una idea rigorosa di Dio che dispone della salvazione e della dannazione quasi che Dio e Satana in un tribunale ex parte abbiano tirato le sorti degli uomini, il concetto di predestinazione ne risulta angoscioso.

Il dato più rilevante in questo problema è Cristo. Il Cristo che con il suo olocausto ha redento l’uomo ha compiuto il nuovo patto, la nuova assicurazione secondo il segnificato di alleanza in ebraico, per cui l’uomo dopo Cristo è libero di sceglierlo o meno.

La necessità storica di Hegel a mio avviso cade nella misura in cui il NT afferma, sulla scorta dell’AT che il giusto vivrà per fede[3][3].

L’azione dell’uomo è autonoma così come la sua salvezza, e Dio ne è estraneo. Se permane in Dio il dato oggettivante che il tempo dell’uomo e il suo agire gli è presente, meno scontato è il fatto che la salvezza è preordinata. Preordinare in Dio la salvezza dell’uomo è contravvenire al dato biblico, secondo cui il creato per Dio sin dalle origini è buono e santo.

Conclusione teologica innovativa?

Quanto su esposto presuppone la domanda: allora?

Dunque ecco la formulazione:

1. In Dio il tempo delle creature è presente

2. Ogni cosa, per dato biblico, è scritta nel libro di Dio[4][4].

3. La fede è garanzia della Salvezza.

4. Per dato neotestamentario (vedasi il vangelo giovannico) la fede in Cristo è garanzia di salvezze fuori dalle stesse opere presunte da compiere.

5. La libertà è un dato biblico incontestabile.

6. Il Dio che tutto sa e che è amore puo’ volere la dannazione? Sì.

7. La dannazione è giustizia di Dio? Sì.

8. L’uomo è condannato a priori alla dannazione? No, poiché sarebbe vano l’olocausto di Cristo.

9. Ergo: l’uomo è assolutamente libero di agire, ma la giustizia di Dio alla fine procederà alla giusta retribuzione.

10. L’uomo non è dannato a priori, a causa del peccato il suo agire è incline al male, ma per le promesse di Cristo, le porte dell'Ades non la potranno vincere Mat16:18 per cui il servo arbitrio pare esser piu' che discutibile.

La pericope di Mt va intesa secondo il principio tutto rigorosamente ebraico per cui nella Morte Dio non instaura il dialogo con l’uomo.





28 dicembre 2006

LA MEMORIA.

LUOGO DELL’ANIMA e DELLA MEMORIA

- scritto teologico semiserio, ma non troppo -

Salomone dunque terminò la casa del SIGNORE e il palazzo reale, e portò a felice compimento tutto quello che aveva avuto in cuore di fare nella casa del SIGNORE e nel suo proprio palazzo.

Poi il SIGNORE apparve di notte a Salomone, e gli disse: «Ho esaudito la tua preghiera, e mi sono scelto questo luogo come casa dei sacrifici.

Quando chiuderò il cielo in modo che non ci sarà più pioggia, quando ordinerò alle locuste di divorare il paese, quando manderò la peste in mezzo al mio popolo,

se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e si converte dalle sue vie malvagie, io lo esaudirò dal cielo, gli perdonerò i suoi peccati, e guarirò il suo paese.

I miei occhi saranno ormai aperti e le mie orecchie attente alla preghiera fatta in questo luogo;

infatti ora ho scelto e santificato questa casa, perché il mio nome vi rimanga per sempre, e i miei occhi e il mio cuore saranno qui per sempre.

E quanto a te, se tu cammini davanti a me come camminò Davide tuo padre, facendo tutto quello che ti ho comandato, e se osservi le mie leggi e miei precetti,

io stabilirò il trono del tuo regno, come promisi a Davide tuo padre, dicendo: "Non ti mancherà mai qualcuno che regni sopra Israele".

Ma se vi allontanate da me e abbandonate le mie leggi e i miei comandamenti, che vi ho posti davanti, e andate invece a servire altri dèi e a prostrarvi davanti a loro,

io vi sradicherò dal mio paese che vi ho dato; e respingerò dalla mia presenza la casa che ho consacrata al mio nome, e la farò diventare la favola e lo zimbello di tutti i popoli.

Chiunque passerà vicino a questa casa, già così eccelsa, si stupirà e dirà: "Perché il SIGNORE ha trattato in tal modo questo paese e questa casa?"

Si risponderà: "Perché hanno abbandonato il SIGNORE, Dio dei loro padri, che li fece uscire dal paese d'Egitto, si sono invaghiti di altri dèi, si sono prostrati davanti a loro e li hanno serviti; ecco perché il SIGNORE ha fatto venire tutti questi mali su di loro"».

2Cronache 7:11- 22

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Protesta e dedica

Scrivo in modo disordinato e confuso data la stanchezza.

a Paul Varjak

a Giordano Bruno.

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Preambolo

Avvicinandosi gennaio, avverto da sempre il desiderio di ricostruzione interiore, e la ricostruzione presuppone un demolimento.

Demolire per poi ricostruire è stato il modo operativo col quale la civiltà umana si è trasformata, in ogni sua linea del tempo.

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Pista storica

Non voglio trattare dell’anima quale locus agostiniano: Brown ed altri sono stati eccellenti maestri in questo, lo stesso Lutero ne affronta luoghi e saperi per forgiare il clero secolarizzato dopo la Pace di Augusta, anche se la pace firmata Lutero non la vide. L’arco di tempo fra il XVI e il XVII secolo, fu l’equivalente del tempo accelerato che avvertiamo oggi, e ciò lo dimostra tutta la storiografia monumentale da Tiepolo a H.A.L. Fisher, e in Italia lo attestano le ricerche di G. Luzzato, quando tracciando i profili socio economici sostiene che si verificarono veri “salti fra buio e luce” e che la decadenza economica generale dell’Italia non era imputabile ai re cattolici, ma anche al divenire delle “potenze marittime occidentali”[5][1]. Oggi gli storiografi inglesi condividono queste tesi e il lavoro più importante in merito è senza sorta di dubbio quello di Hobsbawm, il quale legge la linea del tempo secondo un preciso metro quello del tempo breve e lungo. Questa accezione temporale è pre-moderna è erodotiana[6][2].

Già lo spagnolo Quintiliano nel I secolo aveva dato le premesse per un discorso assolutamente scientifico sopra la memoria[7][3]. Secondo Quintiliano, nell’Istituzione oratoria, la memoria precoce del bambino è indicatore di intelligenza e motivazione, è insomma per dirla con Vigostkij, la spinta all’apprendimento senza la quale ogni progettualità pensata cessa seduta stante il proprio sforzo.

Gli sforzi della memoria sono straordinari, il Ricci[8][4] ne elaborò un meraviglioso palazzo interiore[9][5]. Questi studi ci danno modo di fare le seguenti considerazioni:

  1. la memoria è un luogo specifico ed ha una sede specifica;
  2. la memoria è oggettiva ed oggettivante;
  3. la memoria è a breve e lungo termine;
  4. la memoria può auto cancellarsi per necessità, ma sopravvivere a se stessa in forme altre.
  5. la memoria è nel Dna del genere umano come nel genere non umano, cioè il regno animale e vegetale, ma anche minerale.

Dunque tutta la terra è luogo mnemonico, ed essa è il santuario dell’umanità![10][6]

Pista biblica

La memoria biblica è lontanissima. Essa è in ogni rigo del testo masoretico che ci è pervenuto dentro i nostri Antichi Testamenti, e di ogni sillaba greca dei Nuovi Testamenti che sono patrimonio comune.

La preghiera stessa fu il primo luogo della memoria, anche nel mondo greco e romano. Tutte le fonti lo attestano, nessuna esclusa. La poesia latina e greca ha dato origine ad una bibbia culturale fondamentale per il divenire europeo, durante tutta la linea del tempo: l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, ma anche gli apporti delle grandi tragedie, dove i luoghi purificatori della memoria sono l’empatia, il coinvolgimento e il lirismo che fu estremamente caro ai romantici del nostro ‘800 letterario.

La Bibbia afferma un solo dato mnemonico: Dio è Abbà[11][7], e Abbà è colui che pose Adam in Eden da Eden Adam venne esiliato, ma Dio non si dimenticò di Adam bensì lo benedì più volte riconciliandosi con lui in un alternarsi di alleanze che fanno scervellare tutti noi esegeti!

Dio nel NT è per definizione cristica Padre, Figlio e Paraclito cioè avvocato. È una preposizione disvelativa, di rivelazione. È l’ ego eimi di Gv 14 a darcene ragione. Anche la memoria di Cristo dunque è implicitamente incarnata. Nelle pagine del NT Gesù è vero uomo e vero Dio[12][8], e le sue affermazioni sulla parentela con il Padre e il Paraclito sono luoghi di rievocazione.

La Chiesa è docente per un impegno obbligatorio che Cristo le ha lasciato. Il testo capitale è in Mt 28,19-20, in particolare il versetto 20. Siamo di fronte al grande saluto, al testamento che Cristo risorto lascia alla sua Chiesa: «Andate dunque, mathetéusate (si noti la radice, del discepolo: mathetès), fate discepoli, pànta tà éthne»: tutti i popoli, tutte le nazioni. "Fate discepoli", non "ammaestrate" soltanto; non soltanto "insegnate", ma "fate discepoli". Come? «Didàskontes», cioè «insegnando», divenendo maestri. La Chiesa ha una funzione magisteriale. Tutti i discepoli hanno una funzione magisteriale[13][9].

Conclusione et oratio.

A te che dubiti o spirito magno che ti lagni col tuo non conosciuto Eterno, sento di dirti questo: armati del tuo sapere, lotta, e vincerai la tua battaglia. Poiché quella battaglia fu vinta a caro prezzo da un uomo che ha fatto conoscere un Dio che è: padre e non patrigno, madre[14][10] e non matrigna, e che ha dato il suo unigenito per dare amore su amore, e non condanna su condanna.

Armati della superbia del sapere delle cose eterne e gridale con gioia all’Ecumene! Dio è amore non è condanna[15][11]!


Perge de theologia antonii

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LA MEMORIA, LUOGO DELL’ANIMA e DELLA MEMORIA

- scritto teologico semiserio, ma non troppo -

Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui,

ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati.

Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.

Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.

Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi.

Matteo 5: 1-12

Nacque dunque una discussione sulla purificazione, tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo.

E andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te di là dal Giordano, e al quale rendesti testimonianza, eccolo che battezza, e tutti vanno da lui».

Giovanni rispose: «L'uomo non può ricevere nulla se non gli è dato dal cielo.

Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: "Io non sono il Cristo, ma sono mandato davanti a lui".

Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa.

Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca.

Colui che viene dall'alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti.

Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza.

Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è veritiero.

Perché colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio; Dio infatti non dà lo Spirito con misura.

Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano.

Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui».

Giovanni 3:25-36

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Protesta e dedica

Scrivo in modo disordinato e confuso data la stanchezza.

a Paul Varjak

a Giordano Bruno

a tutto il clero indotto.

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Preambolo

Avvicinandosi gennaio, avverto da sempre il desiderio di ricostruzione interiore, e la ricostruzione presuppone un demolimento.

Demolire per poi ricostruire è stato il modo operativo col quale la civiltà umana si è trasformata, in ogni sua linea del tempo.

Questione I

Se si debba cercare il volto di Dio e cosa è questo volto di Dio.

Al tempo delle grandi catastrofi spirituali, l’età moderna, il clero di tutta la terra si orientò verso Dio e cercò quel Dio con le categorie di allora. L’autunno del medioevo ha vari fuochi prospettici:

«Se[16][1] dovessimo tracciare tutti i caratteri generali del medioevo, nei primi cinque secoli, dovremmo constatare sul piano internazionale varie posizioni: anzitutto la diversa situazione di sicurezza tra oriente ed occidente, in cui le invasioni barbariche avevano apportato, nuovi fermenti, nuove istituzioni, nuovi pericoli, e sul piano religioso a una serie di interminabili dispute teologiche e alla prima separazione tra le chiese d’oriente e d’occidente del 1077.

Il cristianesimo in tutto quest’arco di tempo si diffonde dagli Urali all’Atlantico, dalla Groelandia alle Azzorre.

L’unità religiosa in occidente non è la sola caratteristica dell’età feudale. La sede di Roma fu considerata la fonte della dottrina, e il papato esercitò le forme magisteriali anche nel campo dell’autorità politica.

I quattro secoli successivi alla morte di Gregorio Magno (604) furono caratterizzati da una certa staticità anche nel pensiero. Le invenzioni del tempo quali la ferratura dei cavalli, la bardatura da tiro, la staffa e la gualciera, non determinarono una rapida evoluzione economica.

Le grandi opere della fioritura classica non vengono emulate e si deve attendere l’anno 1000 per parlare di rinascita sociale, demografica ed economica.

Il regno di Carlomagno vide il nascere di una forma particolare di cultura letteraria, e di nuovi stili artistici ed architettonici: risorge dopo quattro secoli l’impero in occidente ora detto per l’occasione Sacro, e si stabiliscono due piani d’azione: il potere temporale dell’imperatore e quello spirituale del vescovo di Roma, che garantiranno stabilità.

Il periodo compreso fra 1300 e 1350 segna la frantumazione della sintesi culturale ed intellettuale cui il medioevo aveva raggiunto, talvolta anche con fatica. I papi si trasferiscono ad Avignone, e poco dopo ha inizio il grande scisma d’occidente (1378-1417), minando le fondamenta del papato.

La vita ecclesiastica aveva conosciuto troppi anni di decadenza e di disordine.

Sotto l’aspetto economico il medioevo sopravvisse alla scoperta dell’America, da un punto di vista culturale e politico, sin dal XV secolo iniziarono a prodursi i fermenti più importanti per l’affermarsi dell’età moderna. Sotto il profilo politico le grandi Signorie italiane svolgevano di fatto un preciso ruolo monarchico, soprattutto per ciò che riguardava il diritto, mentre sul piano intellettuale le varie speculazioni filosofiche iniziarono a spostare l’asse delle diatribe anche in ambito politico oltre che in quello dottrinale. Spiriti come quello di Girolamo Savonarola († 1498) erano sparsi un po’ ovunque in Europa ed in un certo qual modo furono i precursori della grande Riforma luterana.

L’età feudale fu un periodo assai fertile: in campo filosofico la Scolastica, nata nelle scuole cristiane, e sviluppatesi per impulso di Carlo Magno (†814), può essere considerata la continuazione della Patristica. La Scolastica fondamentalmente non crea nuovi dogmi – si pensi che spiriti come san Bernardo o Tommaso d’Aquino erano lontani dall’idea di promuovere un dogma come l’immacolata concezione[17][2], poiché ciò avrebbe posto la Vergine a rango di dea – . Gli scolastici partendo dai dogmi conseguiti dai Padri della chiesa creano un sistema organico, in modo che il lavoro patristico possa concordare armonicamente con tutto il resto del sapere.

Quest’autunno medievale intriso di lirismo e passione frantuma la visione storica e interrompe una visione o visuale dialettica e gnoseologica con le categorie del pensiero dualistico di matrice ellenica, in cui la diade bene e male, maschio e femmina, era archetipo primo della divinità, da cui però una prassi religiosa pagana e non si era distaccata. È con il profetismo che nella Scrittura s’incontra la frantumazione del numinoso con le realtà a carattere erotico: la prostituzione sacra, prassi del mondo antico.


Medioevo religioso.

Osservando l’arte e la letteratura del medioevo noteremmo che i “fuochi” prospettici convergono in un unico punto: il cielo. Pertanto il medioevo lo si può considerare come l’arco di tempo che sospese l’uomo fra cielo e terra.

Fra gli aspetti religiosi più significativi di tutto il medioevo senza dubbio uno dei più peculiari fu l’istituto monastico.

Il monachesimo nasce dall’«invito di Gesù a mettersi alla sua sequela, oltre ad aver mosso i primi discepoli ad impegnarsi nel servizio della sua missione salvifica»[18][3] Fu nel III secolo che iniziò ad imporsi una tendenza isolazionista nell’ascetica: gruppi di fedeli abbandonavano le loro comunità per imitare Cristo. Questo aspetto isolazionista della religione non è nuovo, conosciamo infatti forme di monachesimo anteriori a Cristo stesso quali gli esseni i terapeuti, o i servi del dio egizio Serapi detti katochoi.

L’anacoretismo – il ritiro dalla comunità sociale – nacque in primis come fuga dalla pressione fiscale[19][4]; Tra i grandi anacoreti del IV secolo il più importante è Antonio abate morto nel 356, di cui il vescovo d’Alessandria, Atanasio, ci ha lasciato un’importante biografia. Fu il cenobitismo a far sì che nell’istituto religioso maschile si introdusse l’usanza di condividere i beni e di avere mensa comune.

Il primo chiostro circondato da mura, in cui la vita era ispirata alla comunione dei beni e della mensa comune, sorse a Tabenissi, nell’alto Egitto per iniziativa di un ex soldato Pacomio. Nel Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium è riportata la catechesi di Pacomio direttamente ispirata alla Scrittura[20][5].

In occidente il monachesimo deve la sua fortuna alla regola formulata da san Benedetto.

La regola benedettina, nel suo insieme, è molto complessa. Consta di settantatré capitoli che si distinguono in varie sezioni; la regola servì da modello anche per gli altri monasteri che si stavano diffondendo in tutta Europa.

La fortuna di questi monasteri, come pure degli altri istituti monastici, sta nell’aver potuto usufruire di vaste distese di territori: i conventi divennero vere e proprie aziende agricole, la cui produzione era scandita da un razionalismo ineguagliabile. Verso i monasteri il sapere ha un debito incommensurabile: furono i centri in cui gli amanuensi trascrivevano i codici contenenti il patrimonio della letteratura classica e religiosa.

La critica storica settecentesca sostenne che il monachesimo sottrasse enormi ricchezze al movimento della libera economia. Lo storico Pepe sostiene che l’accumulazione monastica fu nell’alto medioevo un bene per i coltivatori e per la produzione della ricchezza: essa veniva, così, sottratta dalla distruzione e dalla non circolazione. In quest’ottica deve collocarsi l’opera economica svolta dai vari monasteri in tutta Europa[21][6].

Nell’anno mille, che non fu come si pensa l’anno della grande paura della fine del mondo (in realtà fu il 1033, anno del terrore, il millenario della morte di Cristo) era già una pratica usuale quella di concedere il perdono al peccatore mediante una tariffa, moda che era in voga sin dal IX secolo.

Esistevano pertanto tariffe diverse a seconda della gravità del peccato; uno degli ultimi penitenziali redatto fra il 1008 e il 1012 da Bucardo, vescovo di Worms ebbe un largo uso in tutte le chiese tedesche per tutto l’XI secolo ed oltre.

Questa mercificazione della grazia, a tutto vantaggio del penitente, non teneva alcun conto della severa disciplina ecclesiastica inerente il reinserimento nella vita ecclesiale. Non esisteva un codice, allora, paragonabile al nostro per senso di giustizia: chi si fosse macchiato di omicidio poteva riparare chiudendosi in convento, oppure vivere a pane e acqua sino alla morte, non potrà contrarre matrimonio né ricevere la comunione se non in punto di morte, e dovrà seguire la messa dietro la porta della chiesa, senza contare gli estenuanti digiuni. Alcune offese alla castità costavano di più che dell’omicidio. Il peccato più grave era senza dubbio l’incesto: la pena è di vivere in regime ferreo di quaresima per un arco di sette anni come minimo; indulgenza invece era prevista per gli omosessuali, costretti a digiunare per quaranta giorni a pane e acqua, la masturbazione solitaria in venti giorni a pane e acqua. Il penitenziale di Burcardo si soffermava in modo dettagliato e minuzioso, quasi ossessivo, nella descrizione delle pratiche suddette. Più le pene se è un uomo sposato che commette sodomia. In effetti queste penitenze non avrebbero avuto alcun risvolto pratico, poiché erano comprate, ma il quadro che emerge dal penitenziale di Bucardo è una società essenzialmente laica che inizia a scrollarsi dal potere della chiesa. Di fatto questa situazione si protrarrà per tutto il medioevo, sino alle grandi formulazioni dogmatiche in materia di purgatorio.[22][7]


Tempo di Purgatorio

L’invito a vivere in penitenza, il celebre penitentiagite ripetuto come eco solenne dai predicatori medievali, era a sua volta l’immagine di un luogo astratto sì, ma con una collocazione precisa: l’aldilà.

Nel medioevo i predicatori, solevano ripetere che ogni cosa era stata data all’uomo fuorché il tempo: questo era esclusivo possesso di Dio e Lui stesso ne avrebbe preteso il debito da qui l’idea che Dio avrebbe preteso giustizia mediante una purificazione spirituale prima di concedere la sua visione beatifica[23][8].

Il purgatorio si costituisce come spazio e tempo tra il III e la fine del XII secolo, è in un certo senso l’evoluzione della credenza cristiana, apparsa presto, riguardo la possibilità di riscattare certi peccati dopo la morte. Queste condizioni sarebbero la morte penitente e l’essere stati in vita piuttosto giusti verso il prossimo. Le preghiere per i morti vennero in seguito chiamate suffragi. Solo in seguito i teorici del purgatorio trovarono le basi della dottrina di questo luogo di penitenza in certe allusioni presenti nella Scrittura. In realtà sono quattro i testi che alludono a questo riscatto oltre la vita: uno si trova nell’antico testamento, in quello che è il sacrificio ordinato da Giuda Maccabeo per riscattare i peccati dei soldati morti in battaglia – 2Mac 12:41-46 –; nel nuovo testamento ve ne sono altri tre, nel vangelo di Matteo – 12:31-32 –, in cui si parla della possibilità della remissione dei peccati nell’altro mondo; un passo di una epistola di san Paolo in cui si parla della salvezza quasi per ignem (come attraverso il fuoco) in 1Cor 3:11-15 ed infine nel vangelo di Luca nella parabola del ricco epulone Lc 16:19-31.

Ma in che luogo è temporalmente situato? Come si configurano le pene? Quale condizione è vissuta dal penitente?

Dai tempi di Origene sino alla elaborazione di Tommaso d’Aquino il purgatorio ha conosciuto diverse origini.

Il nome purgatorio, assegnato al luogo di penitenza, appare nel 1133 negli scritti di Ildebrando di Lavardin, prima si usava l’espressione fuoco purgatorio o fuoco purificatore .

Importanti sono le fonti delle descrizioni dei viaggi ultraterreni compiuti nel paesaggio ultraterreno, ai confini con la morte, e compiuti da laici, politici, e religiosi. In questi viaggi si riscontrano dei luoghi comuni: il viaggiatore non è lasciato mai solo, è guidato a volte da un angelo o da un altro essere umano scomparso in precedenza; il visitatore ha il privilegio di osservare i luoghi del tormento e di essere talvolta sottoposto a severe tentazioni da parte del demonio, da cui è sempre aiutato dalla guida. I luoghi delle pene sono oscuri, cupi, in cui l’aria è intrisa di fetore, e le anime giacciono in laghi bollenti; in molte visioni il visitatore si ritrova a percorrere un ponte sopra il quale volano i demoni: il ponte ha una duplice caratteristica se a percorrerlo è un’anima dannata si contrae, mentre se lo percorre è un giusto allora permette che il viaggiatore prosegua oltre, verso un luogo di refrigerio. Una singolare visione è quella di Perpetua[24][9]. Perpetua ebbe la visione del fratello, Dinocrate, morto in tenera età, che era sottoposto ad una crudele tortura, gli era negata l’acqua. La donna ne fu talmente sconvolta che iniziò a privarsi e mortificarsi e iniziò a pregare incessantemente per il fratellino che in una seconda visione le apparve più sereno.

Una siffatta visione dell’aldilà indusse i padri della chiesa a formulare una dottrina della espiazione oltre la vita.

Clemente Alessandrino ed Origene furono fra i primi a prendere in seria considerazione l’idea che Dio permettesse l’espiazione anche dopo la morte. Clemente parte dalla convinzione che ogni castigo di Dio non può essere fine a se stesso ma deve avere un altro fine, altrimenti Dio renderebbe male con il male, e dalle epistole paoline, come dal libro di Giobbe, attinge la convinzione che i castighi inflitti da Dio sono strumento di correzione. Origene ha concezioni più precise; egli sostiene che tutti gli uomini debbono necessariamente passare attraverso un fuoco purificatore, per essere mondati da tutte le iniquità.

Un padre del purgatorio un po’ più organico fu senza dubbio Agostino d’Ippona; egli diede non solo un contributo formale alla causa del purgatorio, ma studiò anche la fenomenologia degli spettri. Agostino ammette la possibilità di un ulteriore riscatto dopo la morte di alcuni peccati lievi e non mortali e fu tra i primi a parlare di purgatorio descrivendolo come luogo dominato da un paesaggio igneo. Sembra che il purgatorio, secondo le fonti che raccontano dei viaggi in questo luogo di espiazione, abbia avuto un personaggio illustre: san Bernardo, che non accettò sino in fondo la concezione immacolata della Vergine; è del Trecento il racconto che vuole che anche la beata Angela da Foligno (1248-1309) dimorasse in purgatorio.

Quando nel mondo medioevale si sente parlare di infernalizzazione del purgatorio si intende quel processo secondo cui il luogo di espiazione si dipinge con le stesse tinte con cui si è soliti descrivere l’inferno.

Jacques Le Goff[25][10] ha dimostrato come lo sheol ebraico abbia condizionato il paesaggio delle descrizioni del purgatorio, il cui modello sublime è certamente fornito dalla seconda cantica della Commedia dantesca, che a sua volte ripercorre i temi già descritti da santi e visionari sin dall’età carolingia, e il cui impatto sociale fu di gran lunga più rilevante di quanto oggi non si possa immaginare.

La letteratura medioevale è intrisa di enorme spiritualità. L’amore cantato nelle chansons des gestes non è l’amore sensuale cantato dagli avi latini, ma si trasformerà in amore spirituale. Fra i più insigni autori del genere dell’amor cortese si ricordano Guininzelli, Cavalcanti e Dante. Quest’ultimo supererà gli schemi dell’amor cortese nelle sue opere la Vita nova e la Commedia; nella Commedia, Dante fa la cronistoria del proprio tempo, indicando i più svariati aspetti di un mondo problematico quale fu quello a cavallo fra Duecento e Trecento».

Questione II

Questo il panorama delle categorie in cui la forma mentis[26][11] si sviluppò un pensiero intriso di gineprai strambi in cui i cosiddetti trionfi della morte, della pudicizia etc. diedero un impulso straordinario all’immaginario collettivo[27][12].

Religione segreta e religione non segreta

Sarebbe una proposizione sciocca non considerare certi aspetti della religione contemporanea.

Il nostro tempo è un tempo religioso a tratti intenso e sovraesposto: la religione ci affianca in ogni nostro dove, in qualsiasi luogo ci spostiamo; in questo si deve afferrare il senso del termine religione, cioè il senso dell’etimo latino anzitutto, poi trasporlo in categorie altre. Le nuove ricerche storiche, i nuovi fermenti, le novità editoriali hanno coniato un religioso segreto che sollecita le corde emotive e a volte getta nello sconforto o nella pace affettata l’uomo e la donna contemporanea.

È il pericolo di una pace affettata, cioè di una pax interior, a se stante che genera solipsismo il gran rischio che il religioso, il numinoso, può generare.

Ma il solipsismo quale rischio è superabile laddove la famiglia di Dio è solida.

La prima delle famiglie di Dio è il cosmo intero e nel cosmo è iscritta l’umanità. Famiglia di Dio allargata dunque è l’umanità, creata fragile, e che è sostenuta nella sua fragilità.


Laicità mortificata

Ovunque in Italia la laicità è umiliata dal numinoso e dalla sua affettatezza: la hybris tutta italiana è un’ombra davvero junghiana, in cui la partecipazione mistica è tale che la società italiana da sempre è umiliata nella propria laicità.

Non è questione di relazione e di relatività fra le idee.

“Il termine «laico» deriva dal greco laos e dal latino laicus e significa «del popolo» oppure anche «profano» e, a seconda della sfumatura che si vuole attribuire al termine, nel linguaggio moderno ha acquisito significati diversi. Per alcuni indica l’opposto del termine «credente» e si riferisce a persona che non ha una fede specifica. Nel mondo della politica viene spesso utilizzato per rappresentare chi si oppone a una visione religiosa della vita. Nel linguaggio ecclesiale, invece, il termine laico si riferisce a una persona che fa semplicemente parte del popolo di Dio: è un credente che non ha preso i voti religiosi.

L’espressione «laicità» indica il rispetto delle coscienze e il principio della non competenza dello Stato in materia religiosa. Lo Stato laico è, per dirla con la Treccani, «quello che riconosce l’eguaglianza di tutte le confessioni religiose, senza concedere particolari privilegi o riconoscimenti ad alcuna di esse, e che afferma la propria autonomia rispetto al potere ecclesiastico». Si basa dunque sulla distinzione tra la sfera pubblica e quella della coscienza dell’individuo. Tale distinzione non può risolversi però in una separazione assoluta fra l’istituzione che gestisce la sfera pubblica – lo Stato – e quelle che si occupano di questioni spirituali – le chiese – dal momento che alcune tematiche di specifica competenza si intrecciano.

Laicità non è laicismo, termine comunemente usato per affermare l’indipendenza del pensiero e dell’attività dei singoli individui, nonché l’autonomia dello Stato e delle sue istituzioni dall’autorità della chiesa e del suo magistero in ogni manifestazione della vita politica, sociale e culturale

Questo concetto è stato anche ripreso da papa Benedetto XVI in un messaggio inviato, nel novembre 2005, al presidente della Camera Pierferdinando Casini: «La Chiesa non intende rivendicare per sé alcun privilegio, ma soltanto avere la possibilità di adempiere alla propria missione, nel rispetto della laicità dello Stato». Se le parole esprimono un’intenzione lodevole, i fatti però ci dicono che questo importante principio della laicità troppo spesso viene umiliato. Lo Stato, che dovrebbe dimostrare equidistanza tra le fedi, sovente emana leggi che, di fatto, favoriscono una sola confessione, quella di maggioranza. Privilegi e favoritismi imbarazzano credenti e non credenti che desiderano rispettare sia i valori della fede sia quelli della democrazia e, a lungo andare, non si risolvono a favore degli stessi politici che li hanno promossi per le ingiustizie che determinano”[28][13].

Questa situazione pare essere una “situation comedy” nel più ampio senso della parola: assistiamo a deliri religiosi al limite del fanatismo quando certi spiriti pseudo illuminati citano Teresa del bambin Gesù tout-court in tv indicandola quale depositaria di un bagaglio alto di valori, che per quanto alti siano i valori della mistica francese, che ebbe a vivere gravi e grosse contraddizioni durante il processo di pubblicazione dei suoi Scritti[29][14]. Teresa di Lisieux fraintesa? Assolutamente sì quando è citata senza pertinenza , e questo è l’indicatore di quanto comica sia la situazione del divenire ideologico in Italia. Sono state fraintese altre figure religiose, Francesco d’Assisi, Rita da Cascia, lo stesso Benedetto da Norcia e Bernardo sono rinomati oggi solo per una certa pseudo affettazione della loro santità: Bernardo sarebbe da annoverarsi fra una cerchia stretta dei Templari e addirittura c’è chi lo vuole ispiratore di eresie al limite del non senso, del fantastico. Insomma assistiamo anche a un delirio di fantastorie che ha precedenti in Italia, quando fra Umanesimo ed Età moderna spiriti spinsero la creatività letteraria al limite creando capolavori quali Morgante e il Furioso che tutto hanno fuorché di sacrificare la verità del dato biblico.

Oggi assistiamo a questo: il dato biblico è sacrificato sull’altare del non senso perché oggi pare sia il non senso che gestisca la civiltà.

Il problema pista biblica

Nell’ AT al temine famiglia si hanno vari lemmi per che la designano, ed essa spesso è clan, è cioè un insieme sanguineo e co-sanguineo. È un po’ problematico tracciare per cenni la storia della famiglia nell’AT in cui è la donna che trasmette l’eredità ebraica, che ne è cioè la garante.

Il padre dello sposo presentava la domanda di matrimonio e il fidanzamento non era semplicemente come lo intendiamo noi era un pre-matrimonio, in cui la donna fidanzata era già moglie e quindi poteva esser oggetto di ripudio (il caso contemplato nel NT di Maria di Nazareth), era un matrimonio proprio, e la sposa poteva esser licenziata secondo la Legge.

Dunque promesse serie e promesse durature, ma l’antico Israele ha conosciuto forme di poligamia come qualsiasi altra civiltà, in cui tale prassi si è più o meno consolidata.

Quando Dio pone Adam in Eden, Adam è archetipo dell’umanità, ed Eva ugualmente è archetipo di umanità. Questo simbolismo, questa dimensione alta è tale che spesso si addita in Adamo ed Eva il nucleo primordiale della famiglia. L’antropologia smentisce questa visione e da della famiglia una accezione vicina a realtà in cui alcuni principî quali la sicurezza e l’incolumità oltre al soddisfacimento dei bisogni primari sono gli stessi.



Il fico sterile e i mercanti cacciati dal tempio

28 marzo 2008

DAL VANGELO DI MARCO, CAP XI:11-26

11 Gesù entrò a Gerusalemme nel tempio; e dopo aver osservato ogni cosa intorno, essendo già l'ora tarda, uscì per andare a Betania con i dodici.

Il fico sterile; i mercanti cacciati dal tempio

(Mt 21:12-13, 18-19; Lu 19:45-48) Gv 2:13-17; Lu 13:6-9

12 Il giorno seguente, quando furono usciti da Betania, egli ebbe fame.

13 Veduto di lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se vi trovasse qualche cosa; ma, avvicinatosi al fico, non vi trovò niente altro che foglie; perché non era la stagione dei fichi.

14 Gesù, rivolgendosi al fico, gli disse: «Nessuno mangi mai più frutto da te!» E i suoi discepoli udirono.

15 Vennero a Gerusalemme e Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare coloro che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi;

16 e non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio.

17 E insegnava, dicendo loro: «Non è scritto: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti?" Ma voi ne avete fatto un covo di ladroni».

18 I capi dei sacerdoti e gli scribi udirono queste cose e cercavano il modo di farlo morire. Infatti avevano paura di lui, perché tutta la folla era piena d'ammirazione per il suo insegnamento.

19 Quando fu sera, uscirono dalla città.

La preghiera e la fede; il perdono

=Mt 21:20-22 (Gm 5:16-18; Mt 18:19-22) cfr. 1Gv 5:14-15

20 La mattina, passando, videro il fico seccato fin dalle radici.

21 Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, vedi, il fico che tu maledicesti è seccato».

22 Gesù rispose e disse loro: «Abbiate fede in Dio!

23 In verità io vi dico che chi dirà a questo monte: "Togliti di là e gettati nel mare", se non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto.

24 Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute, e voi le otterrete.

25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe.

26 [Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe.]»

Questi ventisei versetti di Mc sono, in internet i più biasimati, e Cristo è giudicato troppo in fretta dal popolo della rete secondo un metro bislacco. Cristo qui sarebbe un affamato che maledice un albero solo perché il fico era fuori stagione.

Forse non interesserà a nessuno, ma lo scrivo lo stesso. In tempo di guerra, nel 1940, nella zona di Livorno in cui abito c’era un verde fitto e rigoglioso, e molto selvaggio. La valle che declina dalle montagne gabbrigiane che gli esperti dicono essersi formate da vulcani preistorici ormai spenti, produceva alberi meravigliosi, fra cui primeggiavano i lecci, i pini, le acacie e i fichi. Gli alberi del fico erano i più belli secondo il ricordo di mio padre, e poiché da bimbetto lui era portato alla curiosa disobbedienza, mi diceva che con il fratello e altri amici, venivano qui a mangiare i fichi, perché ripeto negli anni Quaranta a Livorno si pativa la fame. Io stesso l’ho conosciuta negli anni Settanta quando la crisi economica a cavallo con il periodo più buio della storia della Repubblica in casa scarseggiava la carne, la pasta, l’olio e il minimo. Cosa c’entra tutto questo? Ebbene il dato che voglio proporre è oltre la fame del bisogno il testo evangelico si richiama a un bisogno spirituale, pneumatico, che ha poco a che fare con le comuni categorie antropologiche cui siamo comunemente abituati.

Quando s’analizza un testo anzitutto lo si fa col metro scientifico, e l’analisi testuale presuppone a monte sempre e comunque un atto di galateo mentale. Non è possibile prendere due o tre cose e frantumarle dall’insieme cui appartengono e sentenziare biasimando il testo, facendo cioè un phamplet con l’argomento screditizio. Quando leggo determinate idiozie non solo ne vado in bestia interiore, ma mi “incapperisco” con me stesso.

Aimé il dannato “DA VINCI CODE” ha fatto più male che bene a tutto il cristianesimo, e se si leggessero tutti i saggi che gli studiosi d’ HARVARD hanno pubblicato affinché il dato storico volutamente alterato dal DA VINCI CODE, forse quel romanzo – scritto in un pessimo inglese, ma tradotto bene in italiano e soprattutto noioso – non sarebbe accettato come “dogma”.

Note a Marco

Mc introduce due temi di natura spirituale: fede e perdono. La fede è l’atto di abbandono a JHWH.

La fede per le parole di Cristo fa l’impossibile, e questo impossibile umano è il possibile di JHWH, dell’Eterno. Quando gli fanno notare che l’albero è morto, Gesù non esita a dire:

22 «Abbiate fede in Dio!

23 In verità io vi dico che chi dirà a questo monte: "Togliti di là e gettati nel mare", se non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto.

24 Perciò vi dico: tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete ricevute, e voi le otterrete.

25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe.

Il destino dell’albero non lo si conosce, e poco interessa nel contesto, basti qui sapere che l’archetipo ebraico dell’albero e del frutto, identifica la personificazione ancestrale di Israele stesso che ha fede in Dio. Quella stessa fede che Cristo cerca e che trova scarsa in alcuni membri autorevoli del Tempio, ma non in tutti.

Per chi vuol approfondire, nel motore del sito, cerchi “parabola”.

Shalom


La lettera agli Ebrei

13 aprile 2007


Premessa

Questo scritto è stato redatto di getto e lo considero incompiuto. Composto in meno d’un’ora durante uno dei miei viaggi, in condizioni di assoluta pace, è un frutto di estrema meditazione.

Di là dei miei pensieri, di là d’ogni mia umana manchevolezza, vorrei che coloro che passano da qui avvertissero due cose: anzitutto che il buon Dio accoglie tutti con straordinario amore, e poi che aderire al messaggio dell’evangelo e viverlo per quanto possa apparire difficoltoso non lo è. Laddove l’amore di Dio invade i cuori ecco che nell’anima si fanno i “frutti della conversione” tanto auspicati da Gesù (Lc 3:8).

Congedo queste note con i più cari auguri di gioia e pace, dedicandolo agli amici Paul, Sandra e Pasquale (Fulmini), e a Marco con l’affetto che sa e a tutti coloro che leggono con distrazione e non.


Introduzione

La lettera agli ebrei è unanimemente considerata un’omelia; presenta una poliformia, è cioè pluriforme nel senso che ha parti propriamente teologiche e parti propriamente parenetiche, cioè esortative. Queste due sezioni non sono a mio avviso disgiunte fra loro, e né è lecito frantumarle per fare il distinguo di questo o quel tema che possa, oggi, avere carattere universale.

L’evento imprescindibile del cristianesimo è la passione di Cristo e in Ebrei (d’ora in poi Eb) questa descrizione, questo annuncio ha carattere primario.

Annuncio dell’evento più infame: la morte di Gesù, il Cristo, superiore agli angeli che Dio ha eletto quale suo figlio, identico cioè a lui, secondo quella visione del diritto familiare (e visione teologica giudaica) per cui il Cristo inquisito dal Sinedrio proclama sé figlio di Dio: ecco la bestemmia che merita secondo le antiche norme della Legge di Mosé la morte, poiché Jhwh è il solo e solo a lui si deve dare lode (Es 34:14).

Come ha dimostrato tutta la riflessione sopra la morte di Gesù, si deve considerare che l’evento dell’arresto, dell’inquisizione nel Sinedrio, presso Pilato, presso Erode e di nuovo presso Pilato fu davvero sconvolgente per i seguaci di Gesù. Essi si videro frantumati di tutte le loro umane certezze, aderendo ai suoi insegnamenti che sono permeati delle più belle forme veterotestamentarie – è bene ricordare che l’AT ha un cuore ricco e meraviglioso di insegnamenti che sono passati tramite una cattiva visione, anche cristiana, di straordinaria dolcezza e intimità fra Jhwh e colui che con tutto sé offre la propria adesione a Jhwh stesso – il cui cuore è lo “Ascolta Israele il Signore nostro Dio è uno; amerai il Signore tuo Dio con tutto te stesso e il prossimo tuo come fossi tu” questo è il cuore del cristianesimo, che è il medesimo cuore e centro dell’ebraismo. In questo ogni cristiano può dirsi figlio d’Israele, e la lettera agli ebrei, in fondo lo ricorda a tutti i destinatari. Ma la profezia di Cristo sulla propria risurrezione parve scomparire dall’orizzonte immediato della comunità cristiana delle origini, e questa scomparsa la s’iscrive in una logica esistenzialistica; Cristo è il fondatore di un nuovo modo di intendere il rapporto fra Adam-Jhwh, nella risurrezione completa la trasfigurazione del Tabor (Mt 17:1-13; Mc 9:2-13 e Lc 9:28-36) e allo stesso tempo contempla quel destino di figlio che nell’ascolto di Abbà, del Padre, presenta un cosmo non più sconvolto dalla primordiale disobbedienza ma rappacificato finché col glorioso ritorno alla fine del tempo sarà completata la perfezione operata, e già in atto, con la risurrezione di Gesù.

Argomenti primari di Eb sono: il carattere della parola di Dio, la perfezione del sacerdozio di Cristo e la perseveranza della fede.

Carattere della parola di Dio

La parola di Dio è descritta secondo archetipi, simbologie, cari al profetismo dell’AT: la parola di Dio è spada a doppio taglio e penetra nell’intimo dell’anima (Eb 5:12). Pare di leggere in queste sezioni alcune sezioni del ciclo di Elia o dei Profeti maggiori, cioè Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele.

Il carattere della parola divina è quello di sviscerare l’uomo dall’interno del proprio essere, sconvolgere cioè il soggetto; trasformarlo tramite una profonda metanoia – conversione, mutamento - che presuppone ascolto e profonda riflessione; questo mutamento di cui la parola divina è fattrice – è causa – avviene in virtù d’un processo circolare, ruota cioè nel soggetto processo che coinvolge lo spirito e l’intimità vale a dire la dimensione più spirituale del soggetto. La parola di Dio letta, meditata e vissuta con sforzo, ma anche di cadute e travagli interiori fa del soggetto quel lume da tener in alto (cf Mc 4:21 e ss. la Parabola della lampada e Mt 25:1-13, la Parabola delle dieci vergini).

La perfezione del sacerdozio di Cristo

La perfezione del sacerdozio di Cristo, Eb considera il sacerdozio di Gesù quale esempio di oblazione, di offerta, laddove per oblazione in Eb s’intende anche e soprattutto ascolto ed offerta. Il Cristo in ascolto è il Cristo che medita sopra l’antica legge dello Shema’ Israel il cui esempio è nel riferimento dell’incontro fra Gesù e il giovane ricco (Mc 10:17-22). È bene ricordare che l’episodio dell’incontro col ricco osservante è di estrema importanza: Gesù colloquia col ricco che gli riferisce con sincerità – non abbiamo prove contrarie – che egli ha ottemperato in tutte le cose alla legge di Mosé, a quel punto c’è un dato sconvolgente che solo Marco riporta: Gesù fissa lo sguardo sull’uomo con amore “e fissatolo lo amò”: come se Gesù avesse letto nel cuore del ricco, come se Gesù leggendo in quell’anima abbia considerato che l’uomo ha fatto oblazione di quei precetti. Però l’uomo va via triste perché è attaccato alle ricchezze? Non sappiamo del destino di questo discepolo, sono state fatte molte illazioni dai Padri. Sarebbe straordinario pensare che abbia fatto come fecero molti entusiasti della povertà sin dall’età delle persecuzioni imperiali, come fece Antonio l’Eremita, per esempio. Ma torniamo al tema!

Come hanno dimostrato autori quali Dodd e Jeremias o la Linnemann la parabola è uno strumento pedagogico che ha una sua tensione interna e questa tensione è tale soprattutto nelle parabole del kerigma, dell’annuncio che la potenza di Dio è entrata nel cosmo: è come l’incarnazione che il cosmo si rappacifica con l’Eterno, come già ho detto sopra. È in quest’ottica che si può leggere la perfezione del sacerdozio di Cristo: se Melchisedek era il sacerdote che compie l’offerta all’Eterno, benedicendo Abramo, nel nome dell’Eterno Cristo perfeziona questa oblazione nell’offerta di sé nella spogliazione della divinità assumendo la condizione umana.

Della Fede

L’ultima parte di Eb è la perseveranza della fede. Anche nel grande discorso di Stefano, prima della sua lapidazione, quando si difende di fronte al Sinedrio (cf At 7:1-53) esprime con forza e ricorda gli esempi di fede, fede ebraica anzitutto. In questo Eb è molto chiara: la nuova realtà religiosa facente capo al drammatico evento d’una morte e risurrezione non è in antitesi alle forme di fede antica, bensì le completerebbe e le amplificherebbe, giacché in Cristo la perfezione sacerdotale è compiuta, e in lui si ha il mediatore che accorda grazia su grazia.

Conclusione

Non considero chiuso questo piccolo lavoro su Eb, anzitutto è frutto d’un getto improvviso di cui terrò per me, con gelosia, la genesi.


L’uomo non è uno spirito incarnato

23 aprile 2007

Premessa

Questo scritto è stato redatto di getto e lo considero incompiuto. Composto in meno d’un’ora, in condizioni di assoluta sofferenza, sofferenza in quanto quando sono in profonde letture e pensieri avverto un’immensa solitudine e una disperata sofferenza corporea a causa dei guai che ho nel mio corpo e che ho qui reso partecipi voi in virtù del fatto che con il giovane Flaubert posso dire di me stesso che sto scrivendo le mie “Memorie d’un pazzo” e se esser pazzi per l’Eterno dà questa dicotomia esistenziale forte, fortissima, allora è doveroso appellarmi a Søren Aabye Kierkegaard quando afferma che tutta la vita cristiana è tensione interiore fortissima.

Già queste note di premessa cosa c’entrano con l’argomento che affronterò? Seguite e vedrete...


Uomo: carne e spirito

Non ho intenzione di scervellarmi, anche perché ho un immenso mal di testa, sugli antichi rinvii filosofici ai concetti di carne e spirito. Non userò le terminologie greche perché scrivendo di getto perderei la verve creativa e sarei poi stupidamente distratto dai dizionari che sono a due palmi dal mio braccio destro, non distanti dal mio portatile.

Nella Scrittura si ricorda che l’uomo è fatto di terra e del soffio di Jhwh, quando l’Eterno ha terminato di infondere quel soffio il golem, cioè la massa informe dell’uomo prende forma. Adam nasce e viene chiamato alla vita spirituale subito, insieme a Eva: ecco che l’autore del testo giocando poi con ‘ishsha donna e ‘ish uomo (Gn 2:23) dà le premesse cosmiche alla dicotomia fra carne e quel che carne non è, cioè spirito; poi Eva e Adamo sono chiamati a rispondere a due belle realtà: godere della gioia della terra e godere della gioia di se stessi, procreando cioè altri loro simili. È l’età dell’oro questa descritta? Sì come ha dimostrato tutta la critica tedesca esegetica sin dagli anni Quaranta del secolo scorso. In questo senso la Scrittura ha in se stessa gli stessi archetipi di tutti i libri sacri della terra.

Ma quando nella Scrittura l’uomo diviene un essere chiamato alla perfezione spirituale? Quando Adam mangia con Eva il frutto proibito, vale a dire quando prendono quelle maledette bacche su istigazione del serpente. Ora qui mi attirerò le ire d’un lettore se debbo citare gli apocrifi dell’At, perché è appunto nella tradizione apocrifa che in parte si codificherà in tutta la Scrittura l’antitesi fra spirito e carne.

Carne è carne, Spirito è spirito

To gegennêmenon ek tês sarkos sarx estin, kai to gegennêmenon ek tou pneumatos pneuma estin (Gv 3:6 Dalla carne nasce carne, dallo Spirito nasce Spirito); mi ero riproposto di non citare nulla in greco, e l’ho fatto in modo assolutamente disordinato: quando scrivo di getto poi cambio idea. L’ho fatto. Non me ne pento. Me ne pentirò fra pochi istanti.

Ho già scritto altrove che l’evangelo giovannico presenta una marea di problematiche teologiche, è bene ricordare che il passo di 3:6 è iscritto nel colloqui che Gesù ha con Nicodemo, l’autorevole membro del Sinedrio, che in questo colloquio non sa cosa controbattere a Cristo, anche se l’arma dell’ironia letteraria, quale modello redazionale, è universalmente accettata dai maggiori studiosi del testo giovannico ed è presente in vari dialoghi fra Gesù e i suoi interlocutori. Gesù è chiaro, per entrare nel regno di Dio si deve rinascere in Spirito, cioè è necessaria una trasformazione che è opera dello Spirito come Giovanni chiarisce in 3:8 in cui il termine Spirito s’identifica con una azione oltre umana che ha dato modo di sviluppare il concetto teologico di Grazia. Dunque è la Grazia che fa diventare l’uomo da tellurico a spirituale? Sì, ma anche no. Chiarisco il no. Chiunque nasce dalla carne sarà sempre carnale, cioè legato alla dimensione etologica. Adam è animale quanto spirituale, Adam e certo anche Eva, sono radicati nella carne, risorgeremo in carne – come crediamo per fede – ma Adam-Eva e tutta l’umanità con loro non sono spiriti incarnati cioè non sono dei perfetti che scelgono l’imperfezione, ma l’umanità è l’imperfezione che è ansiosa di ascendere alla perfettibilità. In questa ansiosa ricerca – che non contraddistingue tutte le creature umane - gli uomini sono chiamati a conoscere le realtà invisibili, che sussurrano sin d’ora la loro presenza fra di noi, in modo arcano e misterioso come afferma Paolo: Il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti (Ef 6:12). I dominatori di questo mondo di tenebre, perifrasi per indicare l’ecumene, sono le forze angeliche cadute che secondo l’antica visione giudaica sono le cause del male presente nella realtà.

Esesthe oun humeis teleioi hôs ho patêr humôn ho ouranios teleios estin (Mt 5:48)

Per secoli questo passo di Matteo che dice Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste lo si è letto universalmente in chiave spirituale: in realtà la chiave è etica poiché il passo è inserito nella grande pericope del Discorso della montagna in cui l’elemento spirituale è offerto non in questo passo, ma era offerto con l’esortazione ai discepoli ad esser sale della terra vale a dire a conservare l’integrità di coerenza e splendore spirituale poiché i discepoli di Cristo sono luce del mondo.

In questo risiede la meraviglia di tutti gli uomini, tutti, nessuno escluso: conoscere l’Eterno, e affidargli il proprio animo, il resto lo farà l’Eterno.


Contributo II - Cristo non è giudicante!

4 maggio 2007

L’accoglienza di Dio e l’esercizio della giustizia.

Non è semplice, per nulla, trattare del giudizio nella Bibbia. Non lo è ancor di più parlare del giudizio nel NT. Perché questa difficoltà?

Il limite è anzitutto culturale. Se io dico giudizio temerario, riconosco in me quelle situazioni, quei processi umani di giudizio sulle persone e sulle cose. I grandi moralisti cristiani e non, hanno evidenziato come l’atto giudicante spacchi la catena di solidarietà etica. Niente di più inverosimile. Quando io giudico chicchessia in bene o in male procedo tramite un atto pensante assolutamente critico. Se vi metto malizia allora carico l’atto pensante, ed il relativo pensiero, di sarcasmo e di ironia. Il peccato si compie? Sì, ma non è certo un peccato degno della morte – Dio sarebbe davvero poco misericordioso se facesse morire l’anima per i nostri processi cognitivi – è cioè un difetto da correggere. Proprio come ci si emenda, ci si auto corregge sbagliando, così è del peccato. In questo Paolo è molto chiaro: laddove il peccato è grande ha trionfato la grazia: infatti il peccato non avrà più potere su di voi; perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia. Rom 6:14.

Le parole di Cristo, trasmesse da Giovanni, sono ancor più specifiche di Paolo:

Giov 5:30 Io non posso far nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto, perché cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Giovi 8:15 Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno.

Giov 8:16 Anche se giudico, il mio giudizio è veritiero, perché non sono solo, ma sono io con il Padre che mi ha mandato.

Giov 12:47 Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non son venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo.

Nella Scrittura autore e garante della giustizia è Yhwh, è Dio. Ma Dio è soprattutto Abba, Padre di sconfinato grembo materno, cioè di misericordia (cf Lc 15:11-32) che è accoglienza e non è rifiuto. In questo è la novità del messaggio cristiano: Dio è accoglienza e non rinnegamento della creatura che pecca. Dio esercita, nell’AT, il proprio diritto di giudizio, poiché l’alleanza (ebr. berith) con Israele passa tramite i caratteri giuridici di proprietà ed esclusività.

Anche l’orante del Salterio conferma che il regno di Dio è regno di potenza e di giustizia, secondo categoria antropologiche, l’orante afferma che Dio ha un regno e che in esso esercita la propria giustizia. Regno di Dio è il creato in tutte le sue forme:

Sal 22:28 Poiché al SIGNORE appartiene il regno,

egli domina sulle nazioni.

Sal 45:6 Il tuo trono, o Dio, dura in eterno;

lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia.

Sal 105:13 e andavano da una nazione all'altra,

da un regno a un altro popolo.

Sal 145:11 Parleranno della gloria del tuo regno

e racconteranno la tua potenza

Sal 145:12 per far conoscere ai figli degli uomini i tuoi prodigi

e la gloria maestosa del tuo regno.

Sal 145:13 Il tuo regno è un regno eterno

e il tuo dominio dura per ogni età.

Sal 145:13 Il tuo regno è un regno eterno

e il tuo dominio dura per ogni età.

Non si spiega altrimenti il passo di Esodo e Deuteronomio: Es 20:5 Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, Dt 5:9 Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano. È una vera e propria sfida col Popolo, un contratto a due in cui Dio, a cui appartiene il giudizio (Dt 1:17) esercita la vendetta, cioè esegue una sentenza atta a purificare dal peccato. Nell’At il peccato più grave è l’idolatria, nel NT il peccato che Cristo indica imperdonabile è la bestemmia contro lo Spirito santo, espressione che indica il disconoscimento dell’agire di Dio e del dialogo fra Dio e l’uomo. Non che Cristo quando afferma ciò condanna tout-court. No. Non riconoscere l’agire di Dio non implica la morte. La morte dell’anima di là d’ogni considerazione teologica o meno è puro atto di Dio.

Mi sento di dire questo: la Scrittura anzitutto purifica, accostarsi ad essa è iniziare un colloquio col numinoso, è attuare il dialogo IO-Tu con Dio e di poi l’Io-Esso. Concludo questo piccolo contributo con l’ espressione: Dio non è condanna, è accoglienza!


[Scritto di getto, e dedicato pensando a Paul e Nagual62. Volentieri e di cuore lo dedico a tutti i venticinque lettori di qui. Buona Luce! Antonio di Giorgio]



[1][1] La grazia e il libero arbitrio, 2.2; 2.4.

[2][2] Salmo 139 (138)

[3][3] Cfr. Abacuc 2:4 Egli è pieno d'orgoglio, non agisce rettamente;

ma il giusto per la sua fede vivrà.

Romani 1:17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Galati 3:11 E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede.

Ebrei 10:38 ma il mio giusto per fede vivrà; e se si tira indietro, l'anima mia non lo gradisce».

[4][4] Il libro di Dio si deve intendere più come la mente di Dio e non con la categoria antropologica di libro.

[5][1] G. Luzzato, Storia economica dell’età moderna, CEDAM, Padova 1955.

[6][2] Questa la mia convinzione spassionata.

[7][3] Vado a ricordo e cito con disordine: “Corrumpi mores in scholis pvtant nam et corrumputur interim sed domi quoque et svnt multa ejvs rei exempla da mentem ad pejora facilem da negligentiam formandi ac cvstodiendiin aetate prima pvdoris non minorem flagitijs occasionem secreta prebveint.” Mi pare si traduca così: alcuni credono che i costumi dentro la scuola si rovinano ma si rovinano anche in casa e di questo abbiamo molti esempi ammetti un’intelligenza protesa (incline) alle bassezze ammetti anche una <certa> trascuratezza nella formazione e tutela dell’impudicizia una vita riservata non potrebbe offrire lo stesso. Inst. Or. I:4 e ss. cit. disordinatassima al massimo dello sfinimento mentale! Però so che è correttissima.

[8][4] 1552-1610.

[9][5] Si veda il saggio di J.D. Spence, Il palazzo della memoria di Matteo Ricci, Il Saggiatore 1987; interessanti i capp: I, III, VI, VII e il IX.

[10][6] Questa la mia convinzione oggettiva ed oggettivante.

[11][7] Sulla parola Abbà ci sarebbe da scrivere un’immensità di dati, e non lo faccio perché il braccio è stanco di digitare la tastiera del portatile, e il mio portatile a volte non ob-audisce più, perché si sta letteralmente formando una coscienza, a volte pare dirmi: stoppati perché devi andare a far la spesa; poi riprende coraggio e pare dire: avanti dai scrivi ora son io che te lo suggerisco.

Cfr. il saggo di J. Jeremias Abba.

[12][8] La fede presuppone uno sforzo della ragione e della memoria, che è umano e sopra-umano.

[13][9] G. Ravasi, La chiesa docente, Atti del Seminario internazionale su "Gesù, il Maestro" (Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

[14][10] Altrove ho già scritto della figura materna di Jhwh nell’At.

[15][11] http://teologia.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=978766

[16][1] Sta in Antonio di Giorgio, Il mondo medioevale “sospeso fra cielo e terra in Variacultura, trimestrale di Scienze, Lettere, Arti, Anno 1; n 1. Gennaio-Marzo 2001; pp. 27-38.

[17][2] Questo dogma fu promulgato da papa Pio IX nel 1854. San Bernardo in una lettera sostiene che la madre del Signore fu certo santa prima che nata (sancta prius quam nata) espressione questa che Bernardo attinge dal profeta Geremia – cfr. Ger. 1:5 –. Sulla concezione di Maria Bernardo dice: “Si dirà forse che fu santa anche la nascita? Ma non poté essere santa prima di esistere, né esisteva prima di essere concepita”. Bernardo di Chiaravalle, Epistula 174 (172) ad Canonicos Lugdunenses, ed. di Parigi, a cura di Mabillon, 1839, vol. I col. 389-393. Queste affermazioni, polemiche in apparenza, miravano allo scopo di non elevare la Madre di Cristo allo stesso livello di Cristo. Questo pericolo la cristianità lo incontrò nei primi secoli.

[18][3] AA VV, Storia della chiesa cattolica, Ed. Paoline, Milano 1989; p. 181.

[19][4] Ibidem p. 182

[20][5] «La regola cenobitica ebbe origine al tempo della predicazione degli apostoli, ma dopo la morte degli apostoli la massa dei credenti iniziò a perdere fervore. Ma coloro che erano spinti dal fervore apostolico si allontanarono dalle città e dalle comunità che costituirono presero il nome di cenobiti. Questo fu l’unico genere di monachesimo nei tempi più antichi. Si conservò per molti anni fino all’epoca degli abati Paolo e Antonio» da Cassiano, Collationes, in E Collotti, La storia medioevale attraverso i documenti, Bologna, Zanichelli, 1974.

[21][6] Cf. G. Pepe, Medioevo Barbarico d’Italia, Einaudi, Torino, 1942.

[22][7] La dottrina del purgatorio fu solennemente formulata nel Concilio di Firenze del 1431-42.

[23][8] Anche l’aritmetica e il calcolo del tempo nell’aldilà hanno un valore proprio, legato fondamentalmente al ritorno di Cristo risorto; cf. R. Bulot, Christianisme et valeurs humaines: la doctrine du mépris du monde en Occident de saint Ambroise à Innocent III, t. IV: Le XIe siècle, 2 voll., Paris 1963-64. A proposito della proporzione temporale, Jacques Le Goff scrive che «alcuni arrivano persino a ipotizzare una proporzionalità aritmetica semplice: un giorno in Purgatorio equivarrebbe a un anno sulla terra» in: L’immaginario medioevale Einaudi, Torino, 1988; p 110.

[24][9] Questa visione è narrata nel testo della Passione delle Sante Perpetua e Felicita a cura di C. van Beek, Nijmegen, 1936. È stata tentata l’individuazione del redattore di questo testo identificandolo con Tertulliano.

[25][10] Lo storico francese J. Le Goff, in due tempi diversi si è occupato della genesi del purgatorio, nel saggio Il tempo del purgatorio (secoli III-XIII) in L’immaginario medioevale op. cit.; pp. 99-121, e nel saggio La nascita del purgatorio, Einaudi, Torino, 1982.

[26][11] Consiglio di leggere H. Gardner Formae mentis; non è certo attinente a quanto affermo, ma è certamente una lettura da farsi e rileggere quasi come un salterio.

[27][12] Nel XX secolo i tentativi di rileggere l’immaginario collettivo passarono tramite la corrente di pensiero di Jung e dei suoi successori. I contributi junghiani divennero da subito archetipo e forma di lettura della civiltà, investendo tutto lo scibile umano. Per uno strano caso del destino quando Jung morì s’interessava di alchimia, essendo questa disciplina a suo dire archetipo della traformazione o metamorforsi del pensiero. Importanti sono i contributi della Kluger, la quale ha tentato un lucidissimo esempio di analisi biblica tramite le categorie proprie del XX secolo e che si trascinano un po’ anche in questo XXI secolo: la psicologizzazione.

[28][13] D. Bognandi, M.Ibarra y Perez, Laicità umiliata, Claudiana; pp. 6-8 con tagli.

[29][14] Travagliatissima è stata la pubblicazione, l’edizione della Storia di un’anima, che ha subito censure e che havisto l’Ordine del Carmelo imbarazzato durante alcune sessioni del processo di canonizzazione.




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2 aprile 2012

Masterpiece


Per tutti gli innamorati, di qualunque sesso siano... 
perché amarsi è un capolavoro...

niente è indistruttibile...




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19 marzo 2012

Attentato di Tolosa: cordoglio dalla Comunità Ebraica Italiana


Rav LarasGiuseppe Laras, presidente emerito dell'Assemblea rabbinica italiana

Di fronte a un delitto così efferato, vile e crudele come quello odierno di Tolosa ai danni di bambini inermi e di altre persone della locale Scuola Ebraica, si resta senza parole con sentimenti di sdegno, sbigottimento e dolore. Questa carica di odio inesausta, e che appare inesauribile, contro le figlie e i figli del Popolo Ebraico può indurre in noi un senso di impotenza e di disperazione. Dobbiamo sempre, però, reagire con tutte le nostre forze contro tali delitti che offendono l'umanità e la dignità degli esseri umani. L'attentato contro una Scuola, ovvero contro allievi e maestri, assume inoltre un drammatico significato simbolico, in quanto vuole profanare e distruggere, oltre al presente, il futuro, l'idea e la possibilità stessa dell'educazione e della speranza. Ci stringiamo vicini alle famiglie delle vittime con sentimenti di presenza e di partecipazione.




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8 marzo 2012

senza parole




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5 marzo 2012

Il Credo

Questo saggio è stato pubblicato il 28 marzo 2006


ESPLICAZIONE DEL CREDO

Ci sono molti saggi che trattano dell’analisi del Credo, ma se è vero che la teologia sistematica che si occupa della parte dottrinale risulta a volte pedante, con questo studio tenterò di spiegare gli articoli del Credo, non facendo certo antologia di studi già esistenti, non avrebbe senso farlo in questa sede, ma per offrire al lettore una guida per capire cosa recitano milioni di cristiani in tutto il mondo nel culto domenicale. Ripropongo qui l’analisi del Credo già fatta in precedenza

Il testo

Crediamo [Credo] in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili; e in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte. Per noi esseri umani e per la nostra salvezza discese dai cieli, e si è incarnato e per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria e si è fatto umano; fu crocifisso per noi sotto Ponzio Filato, patì e fu sepolto, il terzo giorno risorse, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine; e nello Spirito Santo, che è Signore e da la vita, e procede dal Padre [e dal Figlio][1] con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti; nella Chiesa una santa cattolica e apostolica; Professiamo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Analisi

Questa formula di fede solitamente la si divide in tre parti o articoli che riguardano direttamente la dottrina di Dio: il 1^ articolo celebra il Credo in Dio Padre, il 2^ articolo il Credo nel Dio Figlio e il 3^ articolo nel Dio Spirito santo. Le formule di adesione collettiva alla fede dei padri non è estranea all’ Antico Testamento così pure come formule di fede non sono estranee al Nuovo Testamento. La genesi del Credo di Nicea fu complessa e per essa fu sparso sangue; ho parlato di adesione collettiva, in effetti quando la comunità proclama il Credo essa afferma di credere nel Dio che svelatosi nella persona di Cristo opera nella Comunità dei figli di Dio per mezzo dello Spirito santo.

1^ articolo: Dio, l’ETERNO, JHWH.

Crediamo [Credo] in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

Affermare di credere in un solo Dio e poi proseguire dicendo che si crede in Gesù figlio di Dio, Dio lui stesso e nello Spirito santo anch’egli Dio apparirebbe una contraddizione in termini, in realtà non lo è poiché tale adesione a una fede monoteista implica che la rivelazione tripartita di Dio sia atta a qualcosa di umano. Con il primo articolo di fede ci si raccorda alla prima delle Dieci parole: Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù Es 20:2, e non dimentichiamo che i Dieci comandamenti sono un protosimbolo di fede. Il carattere di Dio è di essere il creatore del cielo e della terra. Queste sono le due realtà che possiamo definire dell’aldilà e aldiquà ossia della realtà fisica e metafisica. Dio, il cui nome nell’AT è «Io sono colui che sono» di Es 3:14 è Padre in quanto è lo stesso AT a definire Dio in questo modo secondo Es 4:22 "Così dice il SIGNORE: Israele è mio figlio, il mio primogenito”; per cui da questa affermazione divina è implicito che Dio abbia carattere paterno rispetto alla tutela delle sue creature. Ma questo non implica una sessualità di Dio, su cui peraltro sono stati spesi fiumi di inchiostro; basti qui ricordare che Dio di sé farà un paragone con la forza di una madre: “li affronterò come un'orsa privata dei suoi piccini e squarcerò l'involucro del loro cuore; li divorerò come una leonessa, le belve dei campi li sbraneranno” Os 13:8. La visione cristiana del Dio Padre è rivelata da Gesù. Il termine usato era Abbà che soprattutto nel I secolo era utilizzato sia nella liturgia ebraica ma anche come appellativo più ordinario al nome di Dio; anche la preghiera del Signore, il Padre Nostro, non la si può ritenere una preghiera fra le più originali, poiché le fonti nel giudaismo ci attestano simili preghiere esattamente durante la predicazione di Cristo. Ciò avvalla le convinzioni fatte sulla ricerca del Gesù storico per le quali Gesù è un giudeo fra i più ortodossi e ligi alla tradizione cultuale. L’onnipotenza di Dio potrebbe essere in apparente contrasto con un’affermazione dottrinale di Paolo: “poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini” 1Cor 1:25, l’onnipotenza di Dio creatore è l’onnipotenza di sostenere il creato. Dio onnipotente, kyrios pantocràtor, traducono l’espressione il Signore degli eserciti, o meglio Jhwh zebaot, Signore del creato; la potenza di Dio nella pienezza del tempo è manifestata nel momento in cui Cristo risorge dai morti, ristabilendo nel creato quell’ordine armonico che il peccato, cioè quella interruzione di dialogo fra uomo e Dio cessa. Lo stesso Dio crea le cose che si vedono da quelle che non si vedono, e in questo assunto si annodano i passi scritturisti della creazione, soprattutto di quella dell’uomo e della donna.


2^ articolo: Gesù Cristo, vero Dio,

vero ETERNO riconciliatore del mondo.

e in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte. Per noi esseri umani e per la nostra salvezza discese dai cieli, e si è incarnato e per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria e si è fatto umano; fu crocifisso per noi sotto Ponzio Filato, patì e fu sepolto, il terzo giorno risorse, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine

Il 2^articolo sviluppa la cristologia. Anzitutto Paolo in più parti delle lettere afferma che Gesù è kyrios, Signore, e specifica che tale dichiarazione avviene per espressa opera dello Spirito di Dio (1 Cor 12:3). Per spiegare meglio la cristologia del Dio reso carne, si debbono fare due rimandi essenziali neotestamentari: l’inno Logos del prologo di Giovanni e l’inno di Filippesi 2:6-11.È certo che parte di quest’articolo poggi sulla lettera ai Colossesi: “Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio.In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” Col 1:13-16. Il Cristo preesistente è una modalità neotestamentaria dell’adesione di fede della chiesa primitiva. La stessa condanna di Gesù implica lo sconvolgimento nel Sinedrio: Gesù è reo di bestemmia, colpa per cui c’era la lapidazione. La bestemmia di Gesù era di essersi proclamato figlio di Dio implicitamente uguale a Dio frantumando così la plurisecolare convinzione del rigoroso monoteismo di Israele che preservava la propria fede dai culti idolatri. L’evento dell’incarnazione è sconvolgente: il Logos di Dio si fa carne, si completa cioè la rivelazione iniziata con la teofania del roveto ardente di Es 3:14. La figliolanza con Dio è qualcosa che a livello esegetico ha posto dilemmi da subito: quando Gesù capisce d’esser figlio di Dio? Il dato scritturistico sembrerebbe certo: col Battesimo, quando dall’alto la voce lo proclama il Figlio prediletto secondo 2 Pt 1:17, mentre Giovanni pare sciogliere la diatriba teologica affermando che “E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio” Gv 1:34. Quando l’articolo del credo afferma che Gesù è della stessa sostanza del Padre lo fa in aperta contestazione delle eresie cristologiche che avevano sviluppato una riflessione cristologica di subordinazione di Cristo al Padre così pure come una apparente manifestazione corporea a discapito di una reale fisicità di Cristo. La dottrina della fisicità di Cristo è molto complicata sintetizzarla, non sempre i grandi padri e dottori della chiesa furono fedeli a questo articolo: si pensi a certe illazioni fatte sulla corporeità di Cristo ideate da Tommaso d’Aquino, per cui per esempio quando Gesù mangiava il cibo in realtà non era digerito ma per mircacolo non era assimilato dal corpo divino come lo è dal nostro. Abbiamo parlato di subordinazione – tipico della teologia di Origene – in effetti il concilio di Nicea adotta una posizione diplomatica dando origine al concetto teologico di homoousios, cioè della consustanzialità del Figlio col Padre. Pertanto Nicea afferma certo un primato del Padre sul Figlio, ed è un primato del rapporto tra le divine persone, ma non di superiorità. La morte di Gesù sotto Ponzio Pilato è garanzia dell’evento storico, così come la resurrezione è la base della fede cristiana. La conclusione soteriologica, della salvezza, e del glorioso ritorno di un Cristo venturo giudice è l’epilogo di questa parte, insieme con l’instaurazione del regno di Dio, in cui l’agnello e il lupo potranno dormire sullo stesso giaciglio.

3^ articolo: la Ruah divina, lo Spirito Santo e la chiesa

e nello Spirito Santo, che è Signore e da la vita, e procede dal Padre [e dal Figlio] con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti; nella Chiesa una santa cattolica e apostolica; Professiamo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Quest’ultima parte è senza dubbio la più complessa, poiché è scindibile in un altro articolo di tipo ecclesiologico. La fede nello Spirito santo poggia su varie asserzioni del NT, di cui senza dubbio il più rilevante è la promessa del Paracletos, “ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto Gv 14:26”. e la sua discesa descritta al capitolo 2 degli Atti. Lo Spirito santo, la Ruah di Dio sono assolutamente un dato essenziale dell’AT. È lo Spirito di Dio che aleggia sulle acque come ci rammenta il Genesi (1:2), è lo Spirito di Dio che nell’AT è citato dalla Torah sino all’ultimo dei libri profetici, e come già detto è lo Spirito di Dio che durante il Battesimo di Cristo, scende su Gesù a cui segue il proclama divino della figliolanza con l’Eterno (Mc 1:9-11; Mt 3:13-17 e Lc 3:21:22). “Le prime formulazioni orientali erano d'accordo nel ritenere che lo Spirito Santo non era generato come lo è, invece, il Figlio, ma procede dal Padre «attraverso il Figlio » (= per Filium). L'opera della santificazione, comune alle tre Persone divine, è attribuita o «per appropriazione» allo Spirito Santo, in quanto essa comporta l'autodonazione dello Spirito (Gv 20:22; Rm 5:5).”[2]. Lo spirito di Dio s’identifica con lo spirito di Gesù, in due momenti decisivi oserei dire due momenti di atto creante. La Ruah di Dio dà essenza vitale al creato, dà l’anima vivente al golem di Adamo rendendolo simile a Dio, mentre l’atto del risorto di alitare sugli Undici (Gv 20:12) donando lo Spirito santo completa una nuova creazione quella dei figli di Dio giacchè esser figli di Dio lo si è in forza della fede e del Battesimo per la remissione dei peccati, cioè per la restaurazione dell’antica comunione fra Dio e l’uomo. Il carattere, dunque dello Spirito santo, è quello di rendere testimonianza a Cristo, senza il quale l’uomo non può dire Gesù è il Signore, così come per mezzo dello Spirito Pietro rese testimonianza a Gesù che chiedeva chi egli fosse per la gente (Lc 9:20). Lo stesso Spirito santo ha parlato per mezzo dei profeti, ha cioè testimoniato Dio all’uomo, ha presentato il Dio nascosto alla storia, il luogo privilegiato della rivelazione. La fede nella chiesa di Dio è nelle parole di Paolo, secondo cui “V'è un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti.” Quando i cristiani professano l’unicità della chiesa cattolica essi si riferiscono alla garanzia della trasmissione dell’evangelo dalle labbra e dall’opera degli Apostoli. Sarebbe storicamente un assurdo concepire le chiese primitive coese e pacifiche al loro interno, esse avevano problemi dottrinali al pari o forse non meno dei nostri. La speranza della vita eterna, del glorioso ritorno del Cristo trionfante è la sperante del battezato. Diversa l’unicità del Battesimo. “Nei primi secoli, il Battesimo era di solito seguito subito dalla confermazione e dalla comunione. Questa prassi è tuttora conservata dagli Ortodossi. Il Battesimo è necessario per la salvezza, ma può essere sostituito dal Battesimo di sangue (martirio), o dal Battesimo di desiderio (il desiderio implicito o esplicito di essere battezzati)”[3]. Il carattere del Battesimo è indelebile nella sua forma che comunemente in obbedienza a questo articolo di fede, non si ribattezza chi vuol aderire a una confessione cristiana diversa da quella d’origine. Il perdono dei peccati è avvenuto mediante l’atto redentorio del sangue di Cristo sparso sulla Croce (cfr Ef 1:7 e Col 1:14).


Conclusione

Gli articoli del Credo attestano di fatto un dato significativo della vita del cristiano: l’attesa, il cammino, verso un “dove” promesso per mezzo di Cristo.

[1] Questa è la polemica del Filioque. Esporla in breve non è semplice ci tenterò. Anzitutto è parere unanime che si dovrebbe tornare, nella proclamazione del culto, a depennare il Filioque, poiché storicamente fu un abuso antiecumenico; nel 1054 si accusano gli ortodossi di averlo omesso, quando circa qarant’anni prima furono i latini ad aggiungerlo senza delibera conciliare ecumenica. Di fatto il Filioque lo si fa risalire al Sinodo di Toledo del 589, ma la stessa parola “Filioque” non compare neppure nei manoscritti più antichi di questo Sinodo. Fu Carlo Magno a imporlo nel 794, nel Concilio di Francoforte, che secondo le intenzioni del sovrano doveva esser riconosciuto ecumenico ai sensi del Concilio di Nicea II. Il Filioque lo ratificò Roma introducendolo nel culto nel 1014. Secondo la teologia ortodossa l’uso del Filioque genera una sorta di concezione binitaria di Dio escludendo lo Spirito santo nella centralità operata con l’opera di salvezza.

[2] GERALD O'COLLINS EDWARD G. FARRUGIA, Dizionario sintetico di teologia [formato elettronico] Libreria Editrice Vaticana, 1995; voce Spirito santo.

[3] Ibidem.





permalink | inviato da teologia il 5/3/2012 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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*- e quella di tutte le Genti - *
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benedire il tuo Amore, per esso tu creasti ogni cosa,
e le reggi con giustizia e pazienza.
La tua Giustizia e la tua Sapienza reggano il mondo
degli uomini che cercano la Pace che non hanno,
e sia benedetto il tuo Nome nelle case di Israele
come nelle case di coloro che ti pregano anche nella rabbia
perché tu hai creato tutti i sentimenti, e ci conosci
fin dal tempo in cui si era golem.
Da' a chiunque il tuo Shalom, non esserne geloso!
Signore che tu sia benedetto sopra ogni preghiera
che il cuore possa dire, e la mente pensare.
Amèn

Preghiera agli Arcangeli

Be Shem Ha Shem Elokhei Israel (*)
Mi-yemini Michael, U-mi smoli Gavriel
Mi-lefanai Uriel, U-mi acharai Refael
Ve-al roshi ve-al roshi Shekinat El

traduzione:

Nel Nome di Dio, il Dio diIsraele (1)
Alla mia destra Michael, e alla mia sinistra Gavriel
E davanti a me Uriel, e dietrodi me Refael
E sopra la mia testa la (Presenza di Dio) Shekinat

[Si reciti infine questo passo dal Salmo 91]

 

Infatti ai suoi angeli comanderà per te
Di custodirti in tutte le tue vie.

________________________

(*)Da intendersi come Israele, il padre Giacobbe, nel nome che gli dà l'angelo.


 

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